Questo articolo è stato redatto in collaborazione con Marzia Moccia, Responsabile servizio ExportPlanning - StudiaBo.
Dati di campagna e stime sulle giacenze: Ente Nazionale Risi.
Il silo pieno e il contingente
La campagna risicola italiana 2025/26 si è chiusa con giacenze stimate
in circa 120 mila tonnellate di riso invenduto. Nello stesso momento
l'accordo tra Unione europea e Mercosur apre ai paesi sudamericani
un contingente di riso a dazio zero, cioè una quantità che entra
senza pagare il dazio: 10 mila tonnellate il primo anno, che salgono
di 10 mila l'anno fino a 60 mila. Il riso europeo non ottiene
in cambio un accesso equivalente ai mercati del Mercosur.
Messi uno accanto all'altro, i due fatti suggeriscono una lettura immediata:
il riso sudamericano arriva, quello italiano resta nei silos.
Questo case study verifica quella lettura scendendo sotto il codice
generico del riso (HS 1006) e guardando il flusso nei due sensi:
cosa l'Europa compra dal Mercosur e cosa gli vende.
Il metodo: quattro codici, due direzioni
Il riso attraversa la dogana in quattro forme, ciascuna con il suo codice:
1006.10, risone (paddy):
il chicco come esce dal campo, ancora con la buccia esterna.
1006.20, semigreggio (detto anche cargo o bruno):
il chicco a cui è stata tolta la buccia esterna, ma non ancora sbiancato.
È la materia prima delle riserie.
1006.30, lavorato:
il riso bianco, pronto per la confezione e lo scaffale.
1006.40, rotture:
chicchi spezzati durante la lavorazione, usati dall'industria
alimentare e per i mangimi.
Per ciascun codice guardiamo valori, chili e prezzo medio al chilo,
nelle due direzioni: import dell'Unione e dell'Italia dal Mercosur
(Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), export verso gli stessi paesi.
Una precisazione sulle varietà, che conta per tutto il resto.
Il riso si divide in due grandi famiglie: la japonica, a chicco tondo
o medio-lungo, ricco di amido, a cui appartengono i risi italiani
da risotto, e l'indica, a chicco lungo e affusolato, che non scuoce
ed è il riso più consumato nel mondo.
Nella classificazione italiana i risi da risotto più noti stanno
nel gruppo "Lungo A", mentre il "Lungo B" è il chicco lungo
di tipo indica. Il Brasile e l'Uruguay producono quasi esclusivamente indica.
Primo dato: sessanta a uno
Nel 2025 l'Unione europea ha importato dai quattro paesi del Mercosur
282.203 tonnellate di riso, il 7,3 per cento di tutto il riso importato.
Nella direzione opposta ne ha esportate 4.702.
Per ogni tonnellata che va verso il Mercosur, ne arrivano sessanta.
Il primo fornitore è l'Uruguay con 157.358 tonnellate, seguito
dall'Argentina con 108.486; Brasile (8.635) e Paraguay (7.724)
sono marginali. Dal lato dell'export, il riso europeo verso
il Mercosur è quasi solo italiano e quasi solo brasiliano:
delle 4.518 tonnellate esportate dall'Unione verso il Brasile
nel 2025, 4.341 sono partite dall'Italia.
Il dato serve anche a dare la misura del contingente:
le 10 mila tonnellate a dazio zero del primo anno valgono
il 3,5 per cento di quello che il Mercosur già vende all'Europa
pagando il dazio. Anche a regime, con 60 mila tonnellate,
sarebbero un quinto del flusso attuale.
Secondo dato: cosa entra
Il riso sudamericano non arriva in Europa sugli scaffali.
Delle 282 mila tonnellate del 2025, 223.555 sono semigreggio:
il 79 per cento. Il lavorato pesa appena 13.876 tonnellate,
le rotture 37.166. Il Mercosur vende alle riserie europee
la materia prima, che viene sbiancata e confezionata in Europa.
Anche i prezzi lo dicono: il semigreggio uruguaiano entra
a 0,78 euro al chilo, quello argentino a 0,83,
contro una media di 0,93 per tutto il semigreggio
importato dall'Unione.
L'Ente Nazionale Risi, su dati della Commissione europea,
precisa la composizione varietale: nella campagna 2025/26
sono entrate nell'Unione 90.831 tonnellate di semigreggio
Lungo B dall'Uruguay e 27.597 tonnellate di semigreggio
japonica dall'Argentina. Il grosso del flusso sudamericano,
quindi, è indica.
E nel 2026 il flusso non cresce, cala:
nel gennaio-luglio il semigreggio uruguaiano entrato
nell'Unione scende del 38 per cento rispetto allo stesso
periodo del 2025, quello argentino del 42.
Una lezione di metodo dal Brasile
Guardando solo il codice generico, l'import europeo di riso
dal Brasile nel 2026 sembra esploso: 10.825 tonnellate
in sette mesi, più di tutto il 2025, con il prezzo medio
sceso da 0,78 a 0,45 euro al chilo.
Scendendo sui codici, il quadro cambia:
8.130 di quelle tonnellate sono un'unica spedizione
di rotture di riso a febbraio, a 0,34 euro al chilo.
Il prezzo medio scende perché è cambiato il prodotto,
non il mercato.
Il resto è più interessante proprio perché è piccolo:
il lavorato brasiliano verso l'Europa raddoppia
(1.768 tonnellate, +111 per cento) a 0,79 euro al chilo,
mentre il semigreggio crolla del 77 per cento.
Un'unica partita può cambiare il segno di un intero anno;
per questo il dato mensile, codice per codice,
va letto prima di trarre conclusioni.
Terzo dato: cosa esce
Il riso italiano verso il Brasile è l'opposto di quello
che arriva dal Mercosur: lavorato, pronto per lo scaffale,
a un prezzo medio di 1,84 euro al chilo nel 2025,
il 43 per cento sopra la media dell'export risicolo italiano
(1,29 euro) e più del doppio del semigreggio uruguaiano
che entra in Europa.
Fonte: Elaborazione su servizio Dati Mensili di mercato ExportPlanning (StudiaBo) — export Italia, voce doganale 1006, aggiornato a luglio 2026
Fonte: Elaborazione su servizio Dati Mensili di mercato ExportPlanning (StudiaBo) — export Italia, voce doganale 1006, aggiornato a luglio 2026
I volumi però scendono: 5.927 tonnellate nel 2023,
6.257 nel 2024, 4.341 nel 2025.
Il dato è confermato dall'Ente Nazionale Risi,
che per la campagna settembre 2025-agosto 2026
indica 5.111 tonnellate esportate dall'Italia verso il Brasile:
nei dati mensili, da settembre 2025 a luglio 2026,
sono 4.713, e la differenza è compatibile con il mese
che ancora manca.
Verso gli altri paesi del Mercosur l'export italiano è simbolico:
nella stessa campagna, secondo l'Ente,
79 tonnellate verso l'Argentina,
39 verso il Paraguay e 14 verso l'Uruguay.
Il silo, di nuovo
Torniamo alle giacenze.
La stima dell'Ente Nazionale Risi, ancora in corso
di consolidamento, le ripartisce così:
72 mila tonnellate di Lungo A,
20 mila di Lungo B,
17 mila di tondo e 11 mila di medio.
La maggior parte del riso rimasto nei silos italiani
appartiene quindi al gruppo dei risi da risotto,
che non è quello che il Mercosur spedisce in Europa.
La concorrenza sudamericana pesa direttamente sul Lungo B,
cioè su un quinto delle giacenze.
Per il resto il problema non è chi entra, ma dove si vende:
e verso il Mercosur, che di questo riso non ne produce
in quantità significativa, l'Italia vende meno
di 5 mila tonnellate l'anno.
La lettura immediata, quindi, va corretta:
il contingente non spiega il silo pieno.
Il silo pieno pone una domanda diversa,
che riguarda i mercati di sbocco.
Se fossi un esportatore italiano
La struttura dei flussi cambia in anni.
I dati mensili dicono a chi vende già riso in Brasile
cosa guardare nei prossimi mesi.
Più chili, prezzo più basso.
Nel gennaio-luglio 2026 l'export italiano verso il Brasile
cresce del 19 per cento in chili, ma il prezzo medio
scende del 17 per cento, a 1,57 euro al chilo,
e il valore resta fermo.
Se la ripresa dei volumi passa dal prezzo,
il segnale da seguire mese per mese è il rapporto
tra le due colonne.
Un mercato di indica.
In Brasile il riso italiano non compete con il riso
di tutti i giorni, che è indica e prodotto in casa.
Compete per uno spazio diverso, nella ristorazione
e negli scaffali dei prodotti di qualità,
e la sua dimensione si misura in migliaia di tonnellate,
non in centinaia di migliaia.
Il Brasile che vende lavorato.
Il lavorato brasiliano verso l'Europa è ancora piccolo,
ma nel 2026 raddoppia.
Va seguito mese per mese, distinguendolo dalle partite
isolate di rotture che falsano i totali.
Il contingente, anno per anno.
Le 10 mila tonnellate a dazio zero salgono ogni anno.
Il dato mensile per codice permette di vedere
se il contingente sposta i flussi esistenti
o ne crea di nuovi, e su quale delle quattro forme del riso.
Il riso sudamericano entra in Europa semigreggio,
quello italiano va in Brasile lavorato.
Sono due prodotti diversi che viaggiano in direzioni opposte,
e chi li mette nello stesso conto rischia di cercare
la causa del problema dalla parte sbagliata.